ECONOMIA

La rivoluzione rosa del cibo

di Enrico Matzeu
Al salone del gusto di Torino le donne cambiano la coltura e la cultura del cibo.

Le coltivatrici di Karitè del Burkina Faso

Le donne muovono la terra. È questa la prima impressione che si ha girando tra gli stand del Salone del Gusto, a Torino (dal 25 al 29 ottobre).  Quest’anno la manifestazione, ideata da Slow Food, si unisce a Terra Madre, la rete globale di comunità del cibo, che racchiude sotto lo stesso tetto oltre 100 Paesi di tutto il mondo. Proprio tra questi spazi si confrontano i produttori e le moltissime produttrici internazionali. Queste ultime, in particolare, oltre a voler preservare i prodotti locali in via di estinzione, contribuiscono all’emancipazione femminile nei loro paesi, dove spesso il ruolo della donna è messo fortemente in discussione. In tutto il globo dunque si assiste a una rivoluzione rosa, silenziosa e assolutamente pacifica, compiuta attraverso il cibo, che vuole dare alla donna un ruolo centrale nell’economia alimentare e non.
LA SCUOLA DI CUCINA FEMMINILE DI NABLUS
È il caso ad esempio di Bait al Karama (Casa della Dignità), un centro per donne nel cuore di Nablus, in Palestina, dov’è stata fondata la prima scuola internazionale di cucina palestinese, gestita completamente da donne. Un’occasione per poter avvicinare le donne alla cultura del cibo e soprattutto per dar loro una nuova posizione nella società. «La difficoltà più grande sta proprio nel cambiamento della mentalità, nel far capire a queste donne il loro valore» sostiene con fermezza la direttrice del centro Fatma Kadumy, che aggiunge come questa sia «un’occasione per farle uscire di casa, per far si che scambino e confrontino le proprie idee».
AFRICA: L’AGRICOLTURA DEL RISCATTO
Molti sono i progetti e le piccole aziende che anche in Africa cercano di riscattare la figura femminile proprio attraverso la terra. In Marocco, ad esempio, la Coopérative Sources de Bouadel, partita da zero nel 2001, è riuscita a sviluppare in una zona rurale una vera e propria attività per la coltivazione e la produzione del cous cous, dove le donne sono le protagoniste assolute, come assicura la responsabile Saida Tayebi: «una comunità fatta di sole donne, spesso emarginate e analfabete, che attraverso il lavoro della terra e la produzione riscattano il proprio ruolo nella società marocchina». In Tanzania, poi, le donne sono addirittura apicoltrici e produttrici di marmellate, riuscendo così ad inserirsi in contesti sociali e soprattutto a commercializzare, anche a livello internazionale, i prodotti della loro terra. Sono invece alla ricerca di aziende italiane ed europee, che scelgano di utilizzare il loro burro di karitè, le intraprendenti donne dell’associazione ASVT Per il domani del Burkina Faso. Ben 150 donne che assieme lottano quotidianamente contro la povertà e per affermare i propri diritti. Instancabili lavoratrici, producono ben 80 tonnellate di burro l’anno, lavorando fino a dodici ore al giorno. Con i loro sforzi, infatti, riescono a trasformare la noce di karitè nel prodotto finale, perfetto come base nella cosmesi occidentale.
LA DETERMINAZIONE DI YOKO SUDA
Le donne giapponesi invece sono rappresentate da Yoko Suda, che in occasione della cerimonia inaugurale al PalaIsozaki di Torino ha preso la parola per rivendicare con orgoglio il suo essere una contadina in un paese ancora martoriato dal dopo Tsunami. Yoko coltiva la soia, condimento base della cucina orientale che, dopo la catastrofe nucleare, ha visto un calo della produzione, perché «sono ancora tutti  diffidenti nel mangiare i prodotti delle nostre terre, senza sapere, come da poco abbiamo scoperto, che la soia elimina la radioattività. Nell’olio che ne esce non c’è infatti traccia di radiazioni». Quella terra che a tutti fa così paura a lei dà invece una grande sicurezza, tanto che quando ha tremato, lei è corsa nei suoi campi, tra le sue piante.
IL  MESSICO COLOR AMARANTO
Anche in Messico le donne sono protagoniste e lavorano a fianco degli uomini, «senza rinunciare però ai compiti più faticosi, come la coltivazione di peperoni e peperoncini che diventano poi conserve e marmellate, distribuite in tutto il mondo», come sottolinea Laura Perea Avila che a Xonacatlán gestisce una grande azienda, composta dall’80% da donne. Carmen Martinez, invece, coltiva l’amaranto, un seme utilizzato al pari dei cereali, molto diffuso nel paese. Con la sua cooperativa ne produce circa 70 tonnellate e ora che l’attività è ben avviata si dedica all’insegnamento e alla diffusione nelle scuole della cultura del cibo, per dare un futuro ai figli delle oltre mille famiglie che lavorano con lei.

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Publicato in: Gallery, Mangiar sano Argomenti: , , Data: 25-10-2012 05:32 PM


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